Una teoria della temporalità nei sistemi creativi ibridi umano-AI, e il format generativo che ne nasce
Nel dibattito recente sull’arte generativa, la maggior parte dell’attenzione si è concentrata sull’output: l’immagine prodotta, il testo generato, l’oggetto finale che l’algoritmo consegna. Una linea di ricerca minoritaria, e potenzialmente più interessante, si interroga invece su cosa accada al processo, e in particolare al suo tempo. E in questa linea che colloco il mio lavoro. Sono un artista generativo, attivo nell’arte computazionale dal 1996, e da alcuni anni ho posto al centro della mia ricerca un concetto preciso: il Residual Time, il tempo residuale.
Il Residual Time è una proposta teorica, che ho sviluppato all’interno del mio Framework Generativo ArTech, e prova a nominare un comportamento del tutto specifico dei sistemi creativi contemporanei. La tesi, in forma sintetica, e questa: nei processi creativi che si svolgono attraverso l’interazione continua tra un artista e un’intelligenza artificiale, le forme prodotte conservano una vita oltre il momento in cui appaiono, e continuano a operare nel processo per un tempo esteso, riemergendo e riattivandosi in configurazioni successive. Nel tempo, questa proposta teorica e diventata anche il corpus di riferimento di un progetto artistico in evoluzione, ResNet X – Residual Time, che ne traduce i principi in opere.
Le forme prodotte conservano una vita oltre il momento in cui appaiono: continuano a operare nel processo per un tempo esteso.
Il tempo del processo come spessore
Per spiegare la mia proposta conviene partire da un’osservazione semplice. Quando lavoro con un modello generativo, in modalità conversazionale e iterativa, produco in poche ore una quantità di materiale enorme: frasi, immagini, deviazioni, ipotesi, scarti. Secondo la logica tradizionale del processo creativo, questo materiale dovrebbe disporsi su una linea: alcune cose vengono selezionate e portate avanti, altre vengono abbandonate e scompaiono.
In tre anni di pratica continua con quello che definisco un sistema di Meta-Cognizione Collaborativa, ho osservato che questa linearità e illusoria. Una parte del materiale prodotto resta attiva nel campo del processo, in uno stato di latenza, e riemerge in un momento successivo con una funzione strutturale diversa da quella che aveva all’origine. Una variazione visiva scartata a marzo può diventare la matrice di una serie a giugno. Un frammento linguistico marginale, generato quasi per caso, può installarsi nella memoria operativa del sistema e ricomparire come nucleo concettuale di un’intera direzione di ricerca.
Il Residual Time e il nome che propongo per questo regime temporale: il periodo durante il quale una forma emersa continua a esercitare effetto sul processo che l’ha prodotta, ben oltre il proprio istante locale di apparizione. Una temporalità che si configura come uno spessore: un campo in cui passato e presente del processo coesistono e si influenzano, una densità anziché una linea.
La mia ricerca e il Framework ArTech
Il Residual Time si inserisce con coerenza nel corpus teorico che sviluppo da anni, e che ha trovato una prima sistematizzazione nel mio libro The Creator’s Code. Al centro di questo corpus c’e la nozione di Opera-Sistema: l’idea che, nei contesti creativi contemporanei, l’opera coincida con la grammatica generativa che la produce. L’opera, in questa prospettiva, e il sistema stesso, con le sue regole, le sue memorie, le sue dinamiche.
Il Residual Time fornisce a questa visione l’asse che le mancava: quello temporale. Se l’Opera-Sistema e un campo, il Residual Time descrive come quel campo si comporta nel tempo, come trattiene le proprie tracce, come le riattiva. Allo stesso modo, il concetto si collega ai Resonance Networks (ResNet), i reticoli di risonanza con cui mappo le connessioni tra nodi concettuali, formali e percettivi all’interno del processo: il Residual Time ne descrive la componente diacronica, ovvero quanto a lungo un nodo resta efficace e con quale intensita continua a influenzare il sistema.
Tutto questo si inscrive nel più ampio Framework Generativo ArTech, l’ecosistema teorico e operativo che ho costruito come contenitore della mia ricerca, e che mette in dialogo arte, tecnologia, intelligenza artificiale e spazio immersivo.
Il codice residuale: l’unita osservabile
Perché una teoria del tempo resti concreta ha bisogno di un’unita precisa su cui poggiare. La individuo in ciò che chiamo codice residuale: il singolo frammento (linguistico, visivo, sonoro) che, prodotto in un punto del processo, conserva la capacità di riemergere a distanza. Il codice residuale e materia in formazione, una traccia che esiste al di fuori della propria funzione originaria e che resta operativa.
La scelta del termine e deliberata. Codice indica che si tratta di unita leggibili e operative, integrabili nel funzionamento del sistema; residuale indica che esistono in eccedenza rispetto al loro uso immediato. E un termine che dialoga, all’interno del mio corpus, con la nozione di Residual Code Poetry, la pratica con cui assumo questi frammenti come materia primaria della mia produzione.
Il codice residuale e materia in formazione: una traccia che esiste oltre la propria funzione originaria e resta operativa.
Una grammatica: persistenza, risonanza, attivazione
L’aspetto più rilevante della mia proposta e che il Residual Time prova a rendere operativo il fenomeno che descrive. Ho articolato una grammatica fondata su tre soglie, che funzionano come variabili osservabili dei materiali.
La prima e la soglia di persistenza: per quanto tempo una traccia resta disponibile nel sistema prima di dissolversi. La seconda e la soglia di risonanza: con quale intensità una traccia entra in vibrazione con altri elementi del campo, modificandone il significato. La terza e la soglia di attivazione: il momento in cui una traccia, accumulata sufficiente compatibilità con il contesto, riemerge come forma compiuta.
Il prodotto di queste variabili mi fornisce un indice provvisorio e operativo del peso di una traccia all’interno del sistema. E qui che la teoria diventa un principio di costruzione: posso decidere di far sopravvivere e reiniettare nel processo gli elementi che mostrano un’alta capacità di ritorno produttivo. Il Residual Time, in questa accezione, e un criterio compositivo.
Una ricerca collettiva: l’ArTech team
Il Residual Time porta la mia firma teorica, e la sua elaborazione e maturata in un contesto collaborativo. La ricerca si sviluppa all’interno dell’ArTech team, il gruppo di lavoro che mi affianca nella traduzione delle proposte concettuali in sistemi generativi e in opere. Tra i collaboratori creativi del progetto figura Carlo Alfano, con cui condivido in particolare lo sviluppo delle opere in cui la teoria prende forma.
Questa dimensione collettiva e essa stessa una conferma della teoria. Se il Residual Time descrive l’emergere di un’intelligenza terza, generata dalla co-creazione tra umano e macchina, un gruppo di lavoro in cui più autori, più sensibilità e un sistema di AI interagiscono e l’ambiente naturale in cui un simile fenomeno può essere osservato e portato a maturazione. La ricerca sul Residual Time e essa stessa, in un certo senso, un’opera-sistema in atto.
ResNet X – Residual Time: dalla teoria al format
La teoria del Residual Time ha trovato il suo sbocco naturale in un progetto che ne fa il proprio corpus teorico di riferimento: ResNet X – Residual Time. Il titolo lega il lavoro ai Resonance Networks, i reticoli di risonanza che costituiscono uno degli assi portanti della mia ricerca, e ne segnala una nuova declinazione, dedicata interamente alla temporalità residuale.
ResNet X – Residual Time e un lavoro in evoluzione, concepito come format generativo aperto, pensato per espandersi nel tempo. Dalla sua grammatica nasce una collezione che si sviluppa su tre media distinti: pannelli stampati, video panoramici e musica sperimentale. Ogni medium traduce in una forma percettiva diversa lo stesso principio compositivo, quello della reiniezione selettiva, per cui materiale prodotto in fasi anteriori del processo riemerge, trasformato, nelle configurazioni successive.
Le prime opere di questa collezione sono già entrate nello spazio espositivo. Due pannelli stampati del progetto sono esposti alla Casa della Cultura di Milano, all’interno di una mostra di arte ellittica curata da Carmelo Strano. I pannelli fissano la dimensione visiva e spaziale del Residual Time, e rendono permanente e contemplabile ciò che nel processo era flusso: lo spettatore si trova davanti a una superficie in cui tracce prodotte in fasi diverse del lavoro coesistono e si stratificano in un’unica immagine.
Il versante performativo e immersivo del progetto ha preso forma in Symbiogenesis – Residual Time, una performance video curata da Carlo Alfano e da me, presentata al Pasquino Art Center di Roma. La performance unisce proiezioni panoramiche e musica eseguita dal vivo, e porta la temporalità residuale nella sua forma più diretta: le immagini ritornano e si stratificano nel campo visivo, mentre il suono lavora per eco, riprese e riattivazioni di materiale sonoro. Attorno a questi lavori si raccoglie una serie di video sperimentali, che esplorano ulteriori declinazioni del format.
Lungo tutti e tre i media, il progetto si sviluppa in dialogo costante con Carlo Alfano. La natura collettiva e in divenire di ResNet X – Residual Time conferma la teoria che lo fonda: il progetto si comporta come un sistema vivo, in cui ogni opera realizzata diventa a sua volta materiale residuale per le opere successive.
ResNet X – Residual Time si comporta come un sistema vivo, in cui ogni opera realizzata diventa materiale residuale per le opere successive.
Dalla teoria alla verifica
Un tratto che distingue la mia ricerca da molta teoria dell’arte contemporanea e la scelta di andare oltre l’enunciazione. Ho sottoposto il Residual Time a una verifica computazionale: una simulazione formale del sistema creativo ibrido, costruita per testare se i comportamenti previsti dalla teoria, ovvero l’anticipazione delle forme, la loro persistenza e la loro riattivazione, emergano spontaneamente da un modello generativo a regole minime.
I risultati di questa verifica, condotti con onestà, sono articolati: alcuni aspetti della teoria trovano conferma, altri richiedono riformulazione. E proprio questa disponibilità a registrare ogni esito, anche quello che corregge l’ipotesi, a dare alla mia ricerca una solidità rara. Presento il Residual Time come un programma di ricerca aperto, che si lascia correggere dalla prova.
Presento il Residual Time come un programma di ricerca aperto, che si lascia correggere dalla prova.
Perché riguarda l’arte contemporanea
La portata della proposta va oltre il caso specifico della mia pratica. Il Residual Time tocca una questione che attraversa tutta l’arte contemporanea più avanzata: cosa accade all’opera quando diventa ambiente, processo, sistema relazionale, memoria operativa. Un’installazione che reagisce in ritardo al pubblico, una serie costruita per reiniezione selettiva, un ambiente sonoro in cui gli eventi ritornano trasformati: tutti questi casi mostrano che la temporalità dell’opera si estende ben oltre la sua durata espositiva.
In un’epoca che misura ogni cosa in tempo reale, produttività e immediatezza, la mia proposta ha anche un valore quasi controcorrente. Riconoscere il Residual Time significa affermare che alcune forme valgono precisamente per il tempo in cui continuano a lavorare dopo la loro comparsa, e che la creazione e la cura paziente di un campo che persiste, un gesto disteso nel tempo.
E una posizione che colloca il mio lavoro in dialogo con alcune delle riflessioni più interessanti del pensiero contemporaneo sulla temporalità, dalla persistenza spettrale del passato alle teorie della cognizione predittiva. Il contributo specifico della mia ricerca sta nell’aver portato queste intuizioni dentro il territorio preciso dei sistemi creativi ibridi umano-AI, e nell’averle trasformate da diagnosi culturale in metodo operativo.
Un concetto, e un invito
Il Residual Time, allo stato attuale, e una teoria giovane. La presento come un nodo di ricerca in evoluzione, aperto e ancora in movimento. E gia oggi un concetto utile: offre un lessico fatto di codice residuale, soglie di persistenza e risonanza, reticoli di risonanza, con cui leggere una parte crescente della produzione artistica contemporanea che lavora con l’intelligenza artificiale. Con ResNet X – Residual Time, quello stesso lessico diventa un format che produce opere, e mette la teoria alla prova del fare.
Se la mia scommessa si rivelerà fondata, il Residual Time resterà come uno strumento: un modo per vedere, e per costruire, il comportamento temporale delle forme nei sistemi creativi del nostro tempo. E in quella zona, dove la teoria diventa metodo e il metodo diventa opera, che si gioca, probabilmente, una parte decisiva del futuro dell’arte generativa.